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venerdì 12 aprile 2013

Alvaro Amici

Un altro grande del nostro quartiere, o rione come lo chiamano alcuni.

Dal sito di Alvaro amici - Biografia




Alvaro Amici nasce il 21 febbraio 1936 a Roma, nel quartiere Garbatella, sesto di sette fratelli; il padre Tullio era elettricista e la madre Giuseppa casalinga.
Di famiglia modesta, cresciuto negli anni segnati dalla Seconda Guerra mondiale, Alvaro inizia a lavorare sin dai tempi delle scuole elementari, impiegandosi come orefice, tornitore in un'officina meccanica, e infine pittore edile. Ma da sempre la sua grande passione è il canto, un dono innato coltivato interamente da autodidatta già da bambino, quando cantava a scuola nascosto dietro la lavagna per timidezza. Passata l'adolescenza, parte per il servizio militare, durante il quale si esibisce in qualche festa per i suoi superiori, e riesce ad ottenere parecchi permessi di uscita per andare a far le serenate alla sua fidanzata Cristina. Nel '60 si sposa e diventa papà di una bambina, Laura. La sua voce inizia a farsi notare nei ristoranti di Roma e nelle strade dove canta serenate; il repertorio di quel periodo comprende le canzoni che cantano tutti i ragazzi della sua età (Villa, Dallara etc.). Partecipa a numerosi concorsi per dilettanti, ma viene sempre scartato, perché creduto un professionista. 



Sembra che non ci sia nulla da fare per la carriera di cantante di Alvaro, che quindi torna ad accontentarsi del lavoro di pittore edile. Ma inaspettatamente nel '61 giunge un'opportunità: viene invitato per un provino da una casa discografica di Napoli, la Vis Radio, e da lì a poco esce il suo primo disco 45 giri, dal titolo Stornelli maliziosi, a cui seguiranno altre 12 serie. Con la Vis Radio rimane fino al '67, incidendo canzoni romane classiche ed altre scritte per lui, e ottenendo un successo sempre crescente: le vendite sono tanto alte da superare persino Rita Pavone. In questi anni nascono Fabrizio ('62), Corrado ('63) e Riccardo ('66). Dal '68 al '71 realizza 45 giri per due etichette musicali di Milano, la Geas e la Pig. Nel '72 lavora per la casa discografica "Saar" ed esegue solo classici. Vi rimane fino al '75, anno in cui incide i 12 successi all'italiana del reuccio con il maestro Mario Battaini. Sempre nel '72 nasce l'ultimo figlio, Serghei e comincia a lavorare al cinema, con alcune particine in qualche film: "Roma" di Fellini, "Fratello sole sorella luna" di Zeffirelli; poi nel '76 recita in "Ragazzo di borgata" di Giulio Paradisi, nel '79 ne "Il minestrone" con Sergio Citti, Roberto Benigni e Ninetto Davoli, nell'82 ne "Il conte tacchia" con Enrico Montesano. Dal '77 al '79 firma un contratto con la Fonit Cetra, per la quale incide due LP, "Roma de mi madre" e "Roma canta", con l'orchestra del maestro Elvio Monti. Nell '80 arriva la sua prima autoproduzione, un LP dal titolo "Serenata de papà", dedicata alla figlia Laura. Questo periodo segna un gran successo: tra l'80 e l'82 si esibisce a Napoli al teatro Margherita, parte per il Canada per una tournèe, e a Roma porta in teatro "La Passatella" e "Favola Romana", due rappresentazioni drammatiche in puro stile Romanesco. Tra serenate e feste di piazza, non sa più a chi dare il resto. A San Basilio si esibisce davanti ad un pubblico di 35.000 persone venute a sentirlo cantare. Nell'83 incide un 45 giri dedicato alla Roma dello scudetto. Nell' 86 apre un locale in via del Velabro 10 (Circo Massimo), nel quale Alvaro ama esibirsi con i parenti e i loro amici più intimi, cantando rigorosamente dal vivo. Nel '87 esce "Ricordi de 'na vita". Tra l'89 e il '90 inizia la collaborazione con l'autore Lanfranco Giansanti, che darà vita all'LP "Sospiri de Roma". La sua ultima incisione è del 2000, "Pupetta mia".







Alvaro si spenge il 25 febbraio del 2003.

venerdì 5 aprile 2013

Luciano Bonanni




Continuiamo la carrellata dei personaggi più o meno famosi, oggi parliamo di Luciano Bonanni, che faceva l'attore,  spalla di tutti i più celebri attori sia comici che drammatici, da Totò a Gigi Proietti, Bud Spencer e terence hill, alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Boldi, De Sica, Montesano.. 
Era di Garbatella e il suo tempo libero lo passava giù al "bare de Paolo" insieme a tutti i suoi coetanei .. sempre sorridente e scherzoso, era soprannominato "l'artista" come lo chiamavano i vecchiotti del bar compreso mio padre.
qualche informazione presa da Wikipedia come fonte.



Bonanni è stato uno dei più noti generici cinematografici: vanta una filmografia sterminata, composta da oltre trecento film distribuiti lungo un arco temporale di oltre quarant'anni di attività. È comparso praticamente ovunque: dove c'è stato bisogno del personaggio marginale, di un tassista, di una comparsa, di un infermiere, di un fruttivendolo, o di un comune borgataro, lui è sempre apparso, contendendosi negli anni con Mimmo Poli il titolo di caratterista più prolifico della storia del cinema italiano.
Nativo di Roma, precisamente del quartiere Garbatella, dopo un lungo apprendistato in teatro negli anni del fascismo, inizia a prendere parte come comparsa a molti film girati nella Capitale a partire dai primi anni '50.
Appare in seguito in grandi pellicole come Il federale (1961) di Luciano Salce e Totò contro i quattro (1963) di Steno. Come molti suoi colleghi dell'epoca, utilizza frequentemente degli pseudonimi dal sapore americaneggiante, quali Larry Bona.


Rimane parallelamente attivissimo anche in teatro. Nel 1962 fa parte del cast della prima edizione del famosissimo Rugantino di Garinei e Giovannini, nella quale interpreta il burinello. L'opera debutta al Teatro Sistina di Roma, il 15 dicembre.
Ma è negli anni settanta che la sua carriera sul grande schermo si sviluppa e prosegue senza soste: arriva a prendere parte anche a trenta-quaranta film all'anno, spesso commedie, tra i quali è doveroso ricordare Fantozzi (1975) di Luciano Salce o Febbre da cavallo (1976) di Steno. Nel 1981 nel film Pierino medico della Saub ricopre il ruolo di Renato Cecioni detto "Capocciò", recitando insieme ad un altro grande caratterista dell'epoca, Ennio Antonelli, nella parte di Zio Nando. In quel film entrambi vengono doppiati.
Ritiratosi nella seconda metà degli anni ottanta per problemi di salute, Bonanni viene chiamato ad interpretare se stesso nel film Grandi magazzini (1986) di Castellano e Pipolo.
Dopo parecchi anni di inattività, si è spento, sempre a Roma, nel 1997, all'età di 70 anni, colpito da un improvviso infarto



e guardate la lista dei film in cui ha lavorato ... da rabbrividire


Guardie e ladri, regia di Mario Monicelli e Steno (1951)
I tre ladri, regia di Lionello De Felice (1954)
Le notti di Cabiria, regia di Federico Fellini (1957)
Il nemico di mia moglie, regia di Gianni Puccini e Gabriele Palmieri (1959)
Il mondo dei miracoli, regia di Luigi Capuano (1959)
I Teddy boys della canzone, regia di Domenico Paolella (1960)
L'impiegato, (1961)
Che gioia vivere, (1961)
Il carabiniere a cavallo, (1961)
Il federale, (1961)
La cuccagna, regia di Luciano Salce (1962)
8½, regia di Federico Fellini (1963)
Totò contro i quattro, regia di Steno (1963)
Zorro e i tre moschettieri, regia di Luigi Capuano (1963)
Panic Button, (1964)
Amore facile, (1964)
Sedotti e bidonati, (1964)
Thrilling, (1965)
Oggi, domani, dopodomani, (1965)
I due parà, (1965)
Come svaligiammo la Banca d'Italia, (1966)
Soldati e capelloni, (1967)
La più grande rapina del West, (1967)
I due vigili, (1967)
Bang Bang Kid, (1967)
Il medico della mutua, regia di Luigi Zampa (1968)
Sapevano solo uccidere, (1968)
Joko invoca Dio... e muori, regia di Antonio Margheriti (1968)
Niente rose per OSS 117, (1968)
...e per tetto un cielo di stelle, regia di Giulio Petroni (1968)
A qualsiasi prezzo, (1968)
Dramma della gelosia - Tutti i particolari in cronaca (1970)
Satiricosissimo, (1970)
Il sindacalista, (1972)
Carteggio Valachi, (1972)
La polizia ringrazia, (1972)
Si può fare... amigo, (1972)
Il figlioccio del padrino, (1973)
La bambola, (1973)
Ultimo tango a Zagarol, (1973)
...e continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno, regia di Bitto Albertini (1973)
Io e lui, (1973)
Il delitto Matteotti, regia di Florestano Vancini (1973)
Paolo il freddo, (1974)
Per amare Ofelia, (1974)
Zanna Bianca alla riscossa, regia di Tonino Ricci (1974)
Il venditore di palloncini, (1974)
Macrò, (1974)
C'eravamo tanto amati, regia di Ettore Scola (1974)
Fantozzi, regia di Luciano Salce (1975)
Febbre da cavallo, regia di Steno (1976)
La portiera nuda, (1976)
Tutti possono arricchire tranne i poveri, (1976)
Il ginecologo della mutua, (1977)
I nuovi mostri, (1977)
Geppo il folle, regia di Adriano Celentano (1978)
Dove vai in vacanza?, (1978)
Lo chiamavano Bulldozer, (1978)
Aragosta a colazione, (1979)
Un sacco bello, regia di Carlo Verdone (1980)
Il lupo e l'agnello, (1980)
Un paio di scarpe per tanti chilometri, (1981)
Pierino medico della SAUB, (1981)
Camera d'albergo, (1981)
W la foca, (1982)
Il tassinaro, regia di Alberto Sordi (1983)
Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento, regia di Nando Cicero (1983)
"FF.SS." - Cioè: "...che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?" ,regia di Renzo Arbore (1983)
I soliti ignoti vent'anni dopo, (1985)
Troppo forte, regia di Carlo Verdone (1986)
Grandi magazzini, (1986)
I ragazzi della 3ª C serie televisiva, episodi: "Tele 3ª C" e "La sfilata" (1989)




giovedì 4 aprile 2013

Dado




Vorrei fare una carrellata di persone che sono nate, o cresciute o comunque passate dal nostro quartiere e che hanno poi avuto modo di diventare famosi, per un motivo o per un altro, iniziamo da DADO, dove ho ripreso un vecchio post del ex-blog su splinder, spero vi piaccia.




Nato nel quartiere Ostiense, scuole medie alla Garbatella, sin dagli anni del liceo artistico Pellegrini seguì la sua vocazione di attore comico. «A diciotto anni, cominciai a lavorare al "Talent Scout" (oggi The Place) con il gruppo musicale "Le Pastine in Brothers". è nato così il mio nome d' arte: per dare sapore alle Pastine serviva un Dado», spiega l' attore, che nel ' 97 ebbe la consacrazione con Teo Mammucari. «Mi dava cinque minuti nel suo spettacolo, ma un giorno rimase bloccato nel traffico e io lo sostituii per due ore, tra gli applausi del pubblico: fu la mia fortuna». Gli si aprirono così le vie del cabaret. Fatale fu il provino con quelli di "Zelig" («ho fatto quattro bellissime stagioni»), spesso ospite di Carlo Conti, da "I raccomandati" fino all' ultimo Capodanno di RaiUno. Ma, come dimostra il suo spettacolo "Onesto ma non troppo" (fino al 20 gennaio all' Olimpico, poi al Teatro Manfredi di Ostia), il suo grande amore è il teatro-canzone di Gaber. Dado, a modo suo, è un moralista: si interroga sulle piccole e grandi questioni della vita quotidiana, soprattutto quella dei romani. Chitarra in mano, sostenuto dalla sua band (quattro componenti, tra cui la sassofonista Cristiana Polegri) e dalla regia di Augusto Fornari, Dado delizia il suo pubblico alternando canzoni allegre ad amari monologhi. Dado, come nasce la sua passione per il teatro-canzone? «La prima volta che vidi Gaber fu all' Eliseo: avevo sedici anni. Il suo Teatro Canzone mi entusiasmò, andai in camerino, gli parlai. Gaber lo rividi anni dopo al Nazionale e infine all' Olimpico nel 2000 (dove portò il profetico Destra e Sinistra). Avevo appena vinto il concorso "Riso in Italy" e a Gaber ricordai che stavo in tv con "Macao" (di Boncompagni), gli dissi che avrei lasciato tutto per seguirlo in tournée, facendo il tuttofare. 


Lui sorrise, disse che non vedeva la tv, che aveva un suo staff. Fu una bella chiacchierata e mi incoraggiò». Lei costruisce lo spettacolo tra onestà e disonestà. Si ispira alla vita dei romani? «Vivo a Roma e vedo soprattutto un certo modo di vivere dei cittadini. Dalla burocrazia ai semafori rossi non rispettati. La matrice dello spettacolo è nel rapporto onestà-disonestà. è il filo conduttore che lega tutti i capitoli, a partire dall' amore: i buoni propositi amorosi sono onesti, ma poi non diciamo abbastanza "no". E nei tatuaggi c' è il riflesso di una certa ipocrisia di tanti giovani innamorati». è impegnativo per un comico seguire le orme di Gaber? «Certo. Le tematiche di Gaber erano quelle di una persona che si relazionava ad un autore come Luporini. Il suo Teatro canzone è più impegnato, più profondo del mio, ma onestamente in certi momenti è più noioso». Lei vuole smuovere le coscienze con la comicità? «Il compito dell' artista è quello di smuovere le coscienze. Con argomenti sentiti da tutti. Io parto da cose quotidiane, dalla difficoltà di approccio con le donne alla Finanziaria. Parlo del confine esile tra l' onestà e la disonestà. Racconto l' odissea d' un uomo che va in circoscrizione per rifarsi i documenti rubatigli (mi capitò quando avevo 18 anni: giuro che all' ufficio informazioni della mia Circoscrizione c' era un sordomuto che dava i numeretti). Io seguo l' esempio di Gaber, Guccini, De André». Lei usa molto la mimica. Non rischia di fare il clown? «è da quando sono piccolo che faccio smorfie allo specchio, cerco espressioni estremistiche, da clown. Gaber aveva una grande maschera. Io porto a teatro anche il pubblico della tv, così alla fine ripropongo il personaggio che mi ha dato la notorietà a Zelig: il cantautore leopardato che arrotolandosi le maniche fa dei "centoni": canzoni con esiti diversi dall' originale, con accenti romaneschi». Anche in Paolo Rossi o Moni Ovadia si ritrovano tracce di Gaber... «Rossi si ispira a Gaber, fa il teatro canzone, ma mantiene una sua personalità. Ovadia è interessante, ma non lo conosco abbastanza. In verità, Gaber era figlio del teatro di denuncia francese (cantava Brassens) e io sono fiero di aver raccolto il suo linguaggio, di usare la stessa "punteggiatura" gaberiana: così almeno dice Paolo Del Bon, della Fondazione Gaber. Rispettare il teatro-canzone gaberiano significa capire che le canzoni che non sono canzoni e basta, così come certi monologhi non vivrebbero senza le canzoni»